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Ninjutsu – Arti Marziali classiche giapponesi a Padova

Il Lato Oscuro della Bujinkan – Seconda Parte

Il Lato Oscuro della Bujinkan – Seconda Parte

Nov 5, 2017

Il Lato Oscuro della Bujinkan – Seconda Parte

Intervista al Dr. Kacem Zoughari

(Tratto dalla rivista spagnola “El Budoka 2.0”, n°42)

La prima parte di questa intervista al Dr.Kacem Zoughari è presente nell’edizione precedente di “El Budoka 2.0”, n°41.

Prima Parte

Allievo diretto di Tetsuji Ishizuka, studioso di lingua, civiltà e storia del Giappone dell’istituto nazionale di lingua e civiltà di Parigi, il Dr. Zoughari viene preceduto da una fama ben guadagnata.

Essere un docente di diverse università, avere un dottorato in filosofia e storia delle arti marziali, essere stato il vincitore della borsa di studio Lavoiser del ministero degli affari esteri, istruttore militare per le forze speciali, specialista in sicurezza e tecniche di difesa personale…oltre che studente, praticante e istruttore di arti marziali classiche e Ninjutsu, gli concedono un sapere, un rigore e una tempra difficilmente eguagliabili.

Il nostro ringraziamento al Dr. Kacem Zoughari per il suo tempo e al maestro Renan Perpinyà per il suo aiuto e la sua collaborazione.

Dunque lei crede che le “arti di combattimento classiche giapponesi” come il Kosshijutsu, Koppôjutsu o il Ninjutsu stesso possano avere un’effettiva applicazione oggigorno?

Certamente! È evidente! Altrimenti, non le praticherei! Queste arti erano il summum dell’efficacia nel passato e non vedo perchè non dovrebbe esserlo attualmente! Se non funzionano è perché l’adepto non pratica la forma corretta, né la precisione, né la rettitudine non avendo ricevuto la trasmissione adeguata.

Per quello che mi riguarda, credo assolutamente che bisogni studiare, praticare, investigare ed applicare con l’intelligenza di un tempo ed il cuore ben ancorato al presente.

Nel mio caso, ho potuto verificare varie volte tanto la validità quanto la razionalità e la logica inerenti ad ognuna delle tecniche di kosshi jutsu e koppô jutsu.

Sarebbe per me impensabile non vedere attualmente la loro applicazione pragmatica, come il loro effetto a lungo termine sul corpo e la mente dell’apprendista, includendo simultaneamente gli aspetti terapeutici, salutari, biomeccanici, etc.

 

Sorprendente… data la tendenza attuale di numerosi istruttori della Bujinkan di praticare parallelamente tecniche più efficienti in una situazione reale, come il Krav Maga, Systema, MMA…

Ognuno è libero di fare quello ciò più gli piace e francamente non vedo quale sia il problema.

D’altra parte, non bisogna mentire agli studenti e servire loro un cocktail o una salsa di pessimo sapore dicendo loro:”Questo è Bujinkan!” Ad ogni modo, quando osserviamo quello che fa la gran maggioranza di istruttori -dentro e fuori dal Giappone- uno può domandarsi: “Ma…cos’è ‘sta merda?”.

Bisogna essere realisti e realizzare un’autocritica con ciò che uno fa, smettere di sognare e di credere che con le tecniche che molti insegnano si possa affrontare un esperto in MMA, un pugile, etc.

D’altra parte, non saranno alcune lezioni di MMA o Krav Maga ciò che ti permetterà di tener testa ad un professionista della lotta o a qualcuno realmente malintenzionato in un vicolo.

Bisogna studiare tutti gli stili per essere all’altezza e preparato in una situazione nella quale dovrai affrontare un apprendista degli stili sopracitati.

Detto ciò, non bisogna dimenticare che gli istruttori della Bujinkan che studiano quelle altre discipline, lo fanno perché non hanno avuto accesso alla trasmissione corretta e non si fidano realmente delle tecniche che sono state insegnate loro.

E, ovviamente, la qualità del loro allenamento, così come la natura della relazione che mantengono con l’Arte e con il maestro, evidenziano le loro carenze e contraddizioni.

È allora che uno cerca fuori ciò che non trova in casa. Tuttavia, bisogna fare attenzione col miscuglio risultante.

Ogni stile ha i propri vantaggi e i propri inconvenienti. I propri limiti e le proprie restrizioni.

Bisogna evitare allo stesso modo di stabilire un paragone tra stili che, da un punto di vista storico, come nell’ipotesi dell’effettività in situazione reale, rispetto ai loro obiettivi.

In ogni caso, ognuno può fare ciò che vuole finché non cerca di far credere ai suoi allievi vai a sapere cosa.

E quale è la sua opinione sull’affermazione che il ninjutsu non sia un’arte marziale, bensì un insieme di tecniche centrate nello spionaggio e l’infiltrazione? È una scuola di pensiero molto in voga in certi mezzi accademici…

Credo di aver già risposto ad una domanda simile in un’intervista per la stampa inglese… Associare un termine giapponese come ninjutsu ad un termine inglese la cui etimologia e storia non ha relazione alcuna, è dimostrare una carenza assoluta di conoscenze e metodologia.

E, se per di più fai parte del mondo accademico e commetti questo errore… è una vergogna! Quelli che dicono quelle stupidaggini lo fanno sempre con una visione distorta, in funzione del mezzo nel quale si districano e del loro interesse.

Osservano e studiano con una visione binaria e limitata di quello che è il ninjutsu. È una vera perdita di tempo discutere con gente con argomenti tanto deboli, basati su fonti fraintese.

Ma, di quale mezzo accademico stiamo parlando qui? Siamo seri… ci sono dei requisiti minimi! Avere un dottorato in studi strettamente giapponesi, specializzato nella storia classica delle tecniche di combattimento, storia militare e strategia, tattiche, spionaggio, conoscere profondamente i primi trattati cinesi sulla strategia militare e la loro introduzione in Giappone, come la loro evoluzione e modificazione, una conoscenza precisa della storia dei ryû-ha, dei modi di trasmissione, etc. Leggere i densho -scritti in kanbun- ed incentrarsi nella lettura del kanbun specifico al mondo del bujutsu, bugei, heihô, etc..

Ancora, di quale mezzo accademico stiamo parlando? Quello di Wikipedia? Il “Ho sentito il mio maestro dire che..”, “Ho letto in un libro…”, “Su Internet c’è scritto…”? Bisogna smettere di dire cazzate. Non riesco a visualizzare quale “mondo accademico” sia quello a cui si riferiscono questi ipotetici ricercatori storici. Soprattutto, considerando che la prima regola dell’investigazione storica è la neutralità ed il distanziamento rispetto al tema di studio.

 

Allora, che ne è delle ricerche realizzate nell’Università di Mie, in Giappone?

Il dipartimento di ricerca e studio sul ninjutsu della suddetta università è ancora agli inizi, ciò significa che bisognerà aspettare almeno tra i dieci e i venti anni per formare un professorato e dei conferenzieri concentrati non solo sullo studio del ninjutsu, ma anche in quello del bujutsu, heihô…

Per il momento, questo dipartimento non ha lavori universitari, studi e/o documenti di investigazione sufficientemente conclusivi per essere usati come riferimento. Possiedono alcuni archivi, opere e un fondo letterario. Come quelli di Okimori, Sawamura, etc., ma saranno necessari molti anni e, soprattutto, un professorato competente in quell’ambito per discernere e spiegare dettagliatamente l’essenza.

Un dipartimento non si costruisce in quattro giorni, neanche in pochi anni. Sono richiesti molto tempo e molto talento. Gente competente, investigare… studi… ed umiltà. Chi dirige questo dipartimento è il professor Yamada col quale ho avuto il piacere di riunirmi in casa di Hatsumi sensei e nel suo ufficio. È uno specialista in questioni religiose del Giappone medievale.

Pertanto, non c’è connessione diretta con la storia del bujutsu, heihô, ninjutsu… Ovviamente, la sua formazione universitaria gli consente di leggere kanbun e portare a termine lavori seri di investigazione, così come riconoscere la validità di una metodologia di investigazione o il livello di un ricercatore storico, professore, etc. Ciò significa che sa riconoscere un ciarlatano quando ce l’ha davanti. D’altra parte, come mi confessò durante la nostra riunione, non aveva nessun interesse personale nel dedicarsi a quel dipartimento, un fatto realmente interessante.

Essendo neutrale, ha intenzione di riunirsi con tutti quelli che si considerano e presentano come ricercatori storici senza essere nemmeno universitari qualificati. Allo stesso modo, è interessante notare che quel dipartimento esiste da pochi anni, per questo non si realizzano ancora Master né lauree. Pertanto, il livello del lavoro di ricerca è ancora molto basso e dipende in larga misura dagli sforzi del professor Yamada. Non rimane che augurargli forza e molta fortuna.

Con tutto questo, come tutte le università al mondo, l’università di Mie ha un programma di studio, un’agenda propria: perché accettare la creazione di un dipartimento sul ninjutsu quando tutte le altre università l’hanno respinto? Perché proprio ora, quando il fondo letterario e gli archivi esistono da anni? Bisogna segnalare anche che la moda ninja-ninjutsu è un ingrediente che attrae i turisti e permette pertanto di rialzare le “specialità” della prefettura di Mie, qualcosa di assolutamente disprezzabile dal punto di vista economico. Infine, ci sono più questioni da considerare, ma vedremo come si evolveranno le cose.

 

Ed in relazione ai testi considerati “sacri” sul ninjutsu, come lo Shôninki, il Ninpiden o il Bansenshukai… non sono i documenti di riferimento per qualunque lavoro di ricerca sulle tecniche utilizzate per i ninja durante la storia?

Sono di riferimento. Ma se la metodologia di studio lascia a desiderare; in altre parole, un metodo di ricerca senza l’appoggio della conoscenza della lingua giapponese, la storia, sociologia, la lettura del kanbun, una conoscenza minuziosa della storia dei guerrieri, una visione obiettiva ed ampia, così come un atteggiamento critico da una posizione neutrale… Il documento può essere un riferimento, ma se la metodologia è un disastro… ovviamente il documento non aiuta.

Contrariamente a quello che molti credono, non sono l’unico referente. Inoltre, contengono numerosi errori storici e contraddizioni, ed espongono molti dubbi sull’applicazione e utilizzo effettivo e reale di certe armi, metodi di infiltrazione e spionaggio. È necessario sapere che tipo di documenti abbiamo davanti a noi. Per esempio, il Bansenshukai e lo Shoninki furono scritti seguendo i criteri di redazione propri di un heihô-sho, un trattato di strategie e tattiche militari. Non tenere in considerazione questo aspetto può compromettere tutta la metodologia di studio. Il Bansenshukai si presenta come un zuihitsu nel Nihon Budô Taikei.

Pertanto, non si tratta di un densho, qualcosa che si constata dietro una lettura iniziale, come lo Shoninki. Il Ninpiden è un densho, ma molta dell’informazione che contiene deve prendersi con cautela e distaccatamente e deve essere riposta nel suo contesto storico. Anche cosí, questi documenti sono opere di considerazione che devono essere studiate, perché apportano una visione, un aspetto di quello che era il ninjutsu ed i ninja. D’altra parte, un ricercatore universitario degno di nome deve avere in mente che si tratta unicamente di uno fra molti aspetti. Pertanto, bisogna mantenere la giusta ampiezza di visione e proseguire gli studi senza omettere niente.

 

Ultimamente altri scrittori hanno azzardato perfino che il ninjutsu ed i ninja non fossero mai nemmeno esistiti, e che sarebbero, piuttosto, un’invenzione originaria del mondo dei Manga o un personaggio ideato per rivitalizzare l’industria cinematografica giapponese durante il dopoguerra…

Non conosco quegli autori né le loro opere. Dovrei vedere i loro Curricula universitari…se sono specializzati in cultura giapponese, se parlano la lingua fluentemente, se sono laureati in storia del Giappone, etc. È difficile dare un’opinione senza disporre di un’ informazione contrastata su quelle persone. Ad ogni modo, credo che chiunque osi azzardare che il ninjutsu ed i ninja non sono esistiti farebbe bene a imparare a parlare bene il giapponese e rivedere le sue fonti di informazione.

 

Lei ha vissuto in Giappone questi ultimi anni e ha presenziato agli ultimi avvenimenti riguardanti la Bujinkan. Apparentemente, vari istruttori giapponesi impartiranno seminari in diversi paesi. Che opinione ha al riguardo? Potremo vedere presto in Europa il suo maestro Shihan Ishizuka?

 

 

 

Non è un compito mio parlare dell’argomento. Sono contento per loro. Scopriranno che non è la stessa cosa fare lezioni all’estero piuttosto che in Giappone e ciò permetterà loro di uscire dalla loro zona di comodità. Sarà una buona esperienza. Vedremo come andranno le cose a loro. Ishizuka Shihan è ad un altro livello! Non condivide la stessa visione né lo stesso tipo di relazione col maestro e con l’Arte degli altri Shihan. Si trova in un stadio differente e non gli interessa dare corsi per arricchirsi o farsi conoscere, caso diverso da altri… Dubito che accetti per il momento.

Non è da lui. È un uomo che ama l’Arte e ha un profondo rispetto per Sôke Hatsumi col quale mantiene un rapporto unico, differente dal rapporto che possa avere qualunque altro Shihan giapponese o straniero. Rispetta profondamente l’essenza, la forma e la tecnica dei nove ryû-ha così come l’eredità di Takamatsu sensei e di Hatsumi sensei.

Lei ha diretto seminari in Catalogna durante gli ultimi quindici anni e ha incontrato numerosi istruttori ed apprendisti. Allena ed insegna in un modo molto differente dalle tendenze abituali nella Bujinkan ed altre arti marziali. Come reagiscono le persone quando prendono per la prima volta contatto con lei? Non si sentono infastiditi o violati nelle loro convinzioni?

Credo che le persone che assistono ai miei corsi potranno rispondere più adeguatamente di me…Tuttavia, sembra che causi l’effetto di una doccia fredda, quando in realtà tento di sistemare le cose con quelle persone al meglio possibile a seconda della situazione. Violati? Neanche per sogno! È solamente sorpresa o incomprensione. Credo che molti di quelli che sono istruttori cerchino di ricavare informazione per tornare dai loro alunni e far loro credere che abbiano compreso tutto e che mantengono un rapporto con me. Ma il modo in cui si muovono ed il loro atteggiamento non ingannano nessuno. Altri non vogliono svegliarsi dal sonno, né uscire dalla loro zona di comodità o dalla loro posizione e grado… insomma, c’è di tutto. Non ho nessuna pretesa quando insegno. Mi considero piuttosto come qualcuno che può dare una mano. Non ho nessun problema nel dimostrare o spiegare, ma non cerco nemmeno di avere o rubare alunni o creare un gruppo mio o perfino un’organizzazione. Non è nella mia natura.

Oggigiorno, sempre più apprendisti di qualunque delle diverse organizzazioni esistenti discutono dell’efficacia dell’arte che praticano. Lei conosce la maggior parte degli istruttori. Le differenze nel modo di muovere possono essere notevoli. Secondo la sua esperienza, quali sarebbero le sue raccomandazioni per chiunque si interroghi sulla direzione da prendere?

Non è per niente facile… bisogna aver fortuna, forza di spirito, apertura di mente ed essere capace di lasciare da parte le proprie emozioni. Mantenere un spirito critico, discutere il sapere e la pratica così come l’istruttore… essere razionale, conservare nella mente la logica del movimento, non dimenticare mai la realtà del combattimento, seguire il senso e ricordare quale sia la finalità di tutto ciò. Per tutto ciò, è indispensabile una volontà di ferro, resistere e perseverare nella pazienza stessa. Non è niente facile. Non pratichiamo facile-jutsu, bensì ninjutsu.

Lei dice spesso di non essere più di un umile apprendista, pur avendo più di trenta anni di pratica di arti marziali classiche alle proprie spalle…

Per me, la pratica e la conoscenza, il sapere, vanno sempre a braccetto con una profonda umiltà e saper dare senza pretendere di ricevere niente in cambiamento. Se non posso coltivare l’umiltà davanti a qualcuno come Sôke Hatsumi o Shihan Ishizuka, l’Arte e le innumerevoli generazioni necessarie per creare, perfezionare e mettere a punto tutte quelle tecniche di combattimento, un ryû-ha, allora la pratica è inutile e per niente pratica. Non misuro il livello della pratica in anni, piuttosto nella qualità di questa. Preferisco privilegiare la sostanza davanti al numero. Questo mi ha permesso di arrivare a questo punto nel quale mi trovo e continua a spingermi avanti.

Per un apprendista, come discernere tra una tecnica -riguardo al movimento- di arti marziali classiche o ninjutsu ed un gendai budô come il Judô, Aikidô, Karatè o Kendo?

Per arrivare a discernere bisogna saper copiare correttamente, studiare minuziosamente quello che si copia e praticare intensamente ciò che si copia e studia. Rimanere aperto di mente e spirito, essere critico, evitare che l’emozione ed i sentimenti releghino la ragione… Non è facile, ma per questo l’allenamento e la vita stessa sono tanto interessanti.

 

Per finire, che progetti ha in mente lei attualmente?

Ho molti progetti, tra i quali la redazione e traduzione commentata di diversi documenti di trasmissione, la pratica e la diffusione del sapere dei differenti ryû-ha, lo studio del movimento e della biomeccanica, etc., molti progetti. La ringrazio profondamente per l’opportunità di potermi esprimere attraverso la sua rivista “El BUDOKA2.0” ed spero di aver risposto soddisfacentemente alle sue domande. Moltissime grazie!

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