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Ninjutsu – Arti Marziali classiche giapponesi a Padova

Il lato oscuro della Bujinkan – Parte Prima

Il lato oscuro della Bujinkan – Parte Prima

Set 3, 2017

Il lato oscuro della Bujinkan – Parte Prima

Intervista al Dr. Kacem Zoughari

(Tratto dalla rivista spagnola “El Budoka 2.0” n°41 Settembre/Ottobre)

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Poter contare sulla presenza del dr. Kacem Zoughari sulle pagine di “El Budoka 2.0” ci sottopone ad una sfida che accettiamo con umiltà e una certa pressione. Il suo prestigio, le vastissime conoscenze, la virtuosa capacità riflessiva, tutto ciò allineato ad un materiale grafico spettacolare, necessita di una presentazione accurata, veritiera e corretta. 

Allievo diretto di Tetsuji Ishizuka, studioso di lingua, civiltà e storia del Giappone dell’istituto nazionale di lingua e civiltà di Parigi, il Dr. Zoughari viene preceduto da una fama ben guadagnata.

Quando risponde a qualsiasi domanda, la sua risposta non lascia luogo a dubbi.

Sa cosa deve rispondere e lo fa senza preoccupazioni e senza mancare la verità.

Essere un docente di diverse università, avere un dottorato in filosofia e storia delle arti marziali, essere stato il vincitore della borsa di studio Lavoiser del ministero degli affari esteri, istruttore militare per le forze speciali, specialista in sicurezza e tecniche di difesa personale…oltre che studente, praticante e istruttore di arti marziali classiche e Ninjutsu, gli concedono un sapere, un rigore e una tempra difficilmente eguagliabili.

Il nostro ringraziamento al Dr. Kacem Zoughari per il suo tempo e al maestro Renan Perpinyà per il suo aiuto e la sua collaborazione.

Signor Zoughari, potrebbe riassumerci il suo percorso nello studio delle arti marziali?

Certamente, è molto semplice. Nulla di speciale, nessun titolo o grado importante.

Ho iniziato con la pratica del Karate Shotokan quando avevo 10 anni, ma l’ho trovato troppo limitato. Dopo all’età di 13 anni ho praticato Full Contact – l’ho trovato più divertente- ma ho dovuto smettere. A 14 anni mi sono iscritto in un dojo di Parigi. La persona a capo del dojo diceva di insegnare il “ninjutsu” dell’organizzazione, conosciuta più tardi, con il nome di Bujinkan. Inoltre gran parte di ciò che conosco proviene dall’osservazione in strada dei diversi stili praticati da vari amici durante la mia gioventù.

Quali sono i riferimenti del suo percorso professionale?

Mi sono laureato in lingua e cultura giapponese all’INALCO (Istituto Nazionale di Lingue e Civiltà Orientali), dove ho realizzato tutta la mia formazione universitaria.

Ho ottenuto diverse borse di studio per ricerca e analisi: Lavoisier, Japan Foundation, Toshiba, Etc.

Ho organizzato progressivamente la mia attività man mano che provvedevo a diverse richieste: lavoro di ricerca in ambito universitario sui documenti di trasmissione delle tecniche di combattimento, strategie e tattiche militari, spionaggio, utilizzo del corpo; ma anche lavori di traduzione, redazione di articoli e libri, oltre che consulenza.

Ho realizzato conferenze per diversi organismi e ho lavorato come ricercatore associato estero al Nichibunken di Kyoto, nella sezione Franco-giapponese.

Attualmente mi dedico alla scrittura di diverse opere come docente ricercatore e consigliere indipendente per diversi organizzazioni.

Lei ha conosciuto molti maestri e mantiene ancora stretti rapporti con alcuni di loro…

Si, sono andato agli incontri di un gran numero di maestri. Alcuni di loro mi hanno anche presentato ad altri e così è stato per un po’. È realmente difficile mantenere il contatto con tutti loro ma lo faccio in funzione delle date importanti per loro: capodanno, cambio di stagione, nascita, morte, etc. Mantengo un contatto cordiale e rispettoso con alcuni, con altri meno. Oppure assolutamente nessun contatto. Per ciò che riguarda quei diversi maestri, si tratta prima di tutto di un rapporto come ricercatore, non mi sono mai considerato allievo o discepolo di nessuno di loro, né ho mai assistito alle loro lezioni in qualità di allievo, ma come ricercatore storico.

È importante per me metter in chiaro questo punto perché molta gente, dentro e fuori la Bujinkan, diffonde informazioni incorrette senza nemmeno conoscermi o aver chiesto a me o al maestro che credono io abbia frequentato. In tutti quei casi non possono presentare alcuna prova.

Il mio rapporto come allievo verso maestro è esclusivamente legato al Soke Masaaki Hatsumi ed allo Shihan Tetsuji Ishizuka.

Come praticante e ricercatore storico potrebbe indicarci le differenze principali tra le arti marziali moderne conosciute con il nome di Gendai Budo e le scuole del Kobujutsu?

Questa domanda di per sé sarebbe già un eccellente argomento per una tesi di dottorato. In ogni caso richiederebbe uno studio serio e minuzioso. Per quanto mi riguarda è difficile rispondere in poche righe dato che i diversi aspetti legati al contesto storico, politico, tecnico, alla trasmissione della conoscenza, alla relazione tra maestro e discepolo, etc. richiedono una spiegazione dettagliata. In primo luogo bisognerebbe definire ciò che intendiamo con Koryu (古流), la sua definizione in funzione della prima menzione storica del termine. A tutto ciò bisognerebbe aggiungere uno studio etimologico e storico basato su fonti più rigorose, sui termini Heiho o Hyoho (兵法), Bujutsu (武術), Bugei (武芸) Budo (武道).

Una volta compresa la definizione del termine Koryu bisognerebbe realizzare uno studio dei diversi Koryu in funzione dei periodi storici del Giappone, dato che il termine stesso Koryu ingloba tre tipi di Koryu che vanno a diffondere e trasmettere una conoscenza in relazione ad un contesto storico preciso, la visione del combattimento e le strategie, tattiche militari, cambi ed evoluzione politica e sociale che accompagnano lo sviluppo economico delle città in tempi di pace o di guerra…

Come si può constatare, non si può semplicemente rispondere ad una domanda tanto complessa con una risposta adatta ma vuota nel contenuto. Ciò che posso riassumere è che le principali differenze sono le seguenti:

  • Differenze a livello di funzionalità, dell’utilizzo e ruolo nella storia dei Bushi, o guerrieri.
  • Differenze riguardo l’utilizzo del corpo in funzione delle armi e se si aveva l’armatura, la cultura del movimento rigeneratore, economia del movimento, gestione delle forze, utilizzo del corpo senza impiego di forza bruta, biomeccanica, ergonomia, etc.
  • Differenze nei metodi di trasmissione della conoscenza, la relazione che lega il maestro al discepolo, la questione delle finalità e, ovviamente, la ricerca di un senso nella pratica stessa…

Possiamo dedurre dunque che le posture di combattimento, così come il modo di muoversi, hanno sperimentato un processo di adattamento durante il periodo Edo (1603-1868), Meiji (1868-1912)…

Sì, i testi più antichi, gli Emaki (絵巻), includendo disegni degli atteggiamenti corporei e, per estensione, l’utilizzo del corpo e delle armi, ci mostrano che questi erano completamente diversi.

Durante i periodi Sengoku (Azuchi-Momoyama) e Edo (suddiviso in 4 fasi) il modo di utilizzare il corpo così come le armi, sperimenteranno modifiche e si evolveranno.

Tutte queste modifiche nel corso di un periodo di 300 anni saranno propizie, durante il periodo Meiji, per l’apparizione delle diverse disipline del Gendai Budo o sport di combattimento come Kendo, Judo, Aikido, Karate, Iaido, etc. che promuovono un utilizzo del corpo che prende come modello una nuova visione dello stesso, profondamente influenzata dalla civiltà occidentale.

Attualmente in che situazione vi trovate? È cambiato il movimento all’interno delle diverse scuole fino al punto di contraddire le direttive originali dei maestri fondatori?

Ci sono vari fattori che portano al cambio, alla modifica -per aggiunta, omissione, dimenticanza, perdita, trasformazione radicale, etc- del sapere di un maestro, di un Koryu. Come nel caso della domanda sulle differenze tra i Koryu ed i Gendai Budo, credo che sia erroneo rispondere in un modo semplicistico se consideriamo per un istante la complessità dei diversi fattori il cui nucleo risiede nell’aspetto umano, la relazione, la pratica, le finalità, la ricerca di senso, etc.

Il cambiamento incide fondamentalmente nella conoscenza insita in una Koryu. Di fatti è la matrice, il cuore stesso della conoscenza inclusa nel significato del kanji Ryu (), il cui significato è “continuità”. Bene. Pertanto ciò che continua prende la propria forma dalla sua epoca per fondersi in essa. In altre parole, l’adattamento va sempre a braccetto con la continuità.

Per rispondere alla domanda sarebbe necessario realizzare un analisi empirica e storica dei documenti di trasmissione e dell’utilizzo del corpo di ogni Koryu, cosa che, secondo la mia umile opinione, è impossibile da effettuare, circoscrivendoci ad una semplice domanda; e chiunque contraddica questo senza aver studiato sufficientemente i documenti originali, non sarebbe più che un ciarlatano. D’altra parte per chi rispetta numerosi Koryu c’è un cambio radicale nel modo di utilizzare il corpo e le armi.

I motivi sono principalmente in relazione all’accesso stesso al sapere, all’intenzione, alle conoscenze, alla volontà di colui che trasmette, mostra, insegna, spiega, dimostra…in alcuni casi l’utilizzo del corpo, così come gli atteggiamenti corporei, sono talmente distanti da ciò che è stato indicato originariamente dal fondatore che alcuni si concentrano unicamente sulle attività spirituali, dogma della pratica. In altri casi succede il contrario.

Esistono persino casi dove la pratica stessa non conserva più alcuna relazione con il realismo del combattimento. Altri promuovono l’educazione morale, la trasmissione di valori, etc. Possiamo comprendere quindi l’utilizzo ricorrente del termine “tradizionale”, dato alla pratica come un modo di concedere legittimità, autenticità o veridicità alla trasmissione di una pratica. Queste tendenze esistono in tutti gli stili, scuole, organizzazioni, etc.

Osservando lei in quanto praticante constatiamo che la sua tecnica è assolutamente sprovvista dei protocolli e rituali tipici nella pratica della maggior parte delle arti marziali comunemente denominate “tradizionali” come nel caso dell’Aikido, Katori Shinto, Muso Shinde Ryu, etc.

Attenzione qui…io non metto sullo stesso piano la disciplina dell’Aikido, con rispetto con il Tenshin Shoden Katori Shinto ryu e il Muso shinden Ryu. Se da un lato esistono punti comuni nella cerimonia di queste tre discipline, le differenze sono numerose e credo che sia importante rispettare la specificità di ognuna di esse. È un aspetto importante saper differenziare in funzione di un contesto storico e della trasmissione fra le diverse discipline per scovare ulteriormente punti in comune, nel caso questi esistessero.

Prima di rispondere ulteriormente alla domanda credo sia importante, addirittura cruciale, sapere cosa intendiamo per “tradizionale”.

Perchè il problema risiede nella definizione etimologica del termine “tradizionale”.

Questo si è trasformato in una sorta di cesto di decorazioni utilizzate per decorare la pratica, arrogare una certa legittimità o autenticità a qualcosa che è più un intruglio destinato ad ingannare persone motivate da una volontà sincera di indagare e praticare, in cerca di una direzione corretta, precisa…una ricerca di senso.

Per quanto mi riguarda, se il protocollo, il rituale o l’etichetta contraddicono l’essenza stessa della pratica; in altre parole se si allontanano dalla realtà del combattimento, dalla precisione e dall’efficacia, allora non meritano la mia attenzione.

Posso comprendere e accetto il rispetto per la pratica, per il luogo della pratica…il rispetto per l’integrità fisica e mentale del compagno di allenamento o dell’allievo. Saper evitare di ledere gratuitamente, unicamente per dimostrare un ego superiore o realizzando un esibizione di forza per impressionare o far sprofondare il morale dell’allievo, etc.; trovo ciò irrispettoso e contrario all’essenza della pratica.

Ripararsi dietro all’etichetta, al saluto e a qualunque tipo di “ornamento”, instaurare gerarchie inutili nelle relazioni con il fine di evitare il confronto, evitare di dover rispondere, spiegare o dimostrare a qualcuno -che sia o no praticante- è, secondo il mio punto di vista, agli antipodi dell’essenza dell’arte del combattimento. Tanto la scienza quanto la pratica dei Koryu provengono da una profonda esperienza vissuta nel corso del combattimento e, pertanto, si tratta di avere le capacità e la conoscenza necessarie per provare il valore di ciò che uno dimostra, promulga o presenta di fronte ad un professionista del combattimento.

Tale era la realtà storica dei primi Koryu che esistono numerosi episodi, storie, cronache e fatti che li raffigurano. Ecco il motivo per cui studiare la storia in profondità e con precisione. Ho constatato che la cerimonia annichila l’efficacia e perciò quella stessa cerimonia, etichetta o protocollo è utilizzata in gran parte per limitare le relazioni umane nell’ambito della pratica, fossilizzando e atrofizzando la pratica del Koryu, un fatto lamentabile.

Rispetto di più il mondo di MMA, Boxe, Muay Thai, Judo Agonistico e Karate da combattimento che utilizzano almeno una forma di sparring o confronto e che perciò permette di liberarsi della zavorra dell’etichetta. Per quanto mi riguarda, il rispetto per l’integrità fisica ed emotiva dell’allievo o del praticante, il rispetto per l’ordine di trasmissione, dell’applicazione tecnica, la messa in discussione così come la critica all’interno delle regole dell’arte della pratica e dei suoi diversi aspetti sono molto più importanti di un mucchio di protocolli realizzati senza alcun senso, direzione o orientamento. Si va a finire ad imitare semplicemente come scimmie una serie di movimenti che non permettono di rispondere ai problemi dei nostri tempi.

Credo che l’etichetta più semplice continui ad essere la più rispettosa; quella che permette di aprire le finestre del nostro cuore al prossimo. È totalmente inutile sovraccaricarsi in un eccesso di formalità. Parafrasando Ieiasu Tokugawa direi: “la vita è come un escursione, bisogna evitare l’eccesso di equipaggiamento o finirai sfinito”. Per tanto possiamo applicare questo protocollo, cerimonia, etc.

In cosa consiste il Budo taijutsu?

È un termine generico creato da Soke Hatsumi. Comprendere il contesto storico dell’utilizzo di questo termine è importante…la funzione dell’uso del termine, i motivi e la finalità che circondano la scelta di questo.

Ciò che è più sorprendente è che un gran numero di alti gradi, Shihan ed altri istruttori -persino in Giappone- non conoscono nemmeno la storia della Bujinkan, del termine e del motivo dietro la scelta di questo; cosa che permette di dedurre che il modo in cui studiano e praticano le tecniche dei 9 Ryu-ha (Stili classici), così come il rispetto nei confronti delle tecniche, per la scienza del combattimento, la forma, etc. è discutibile sotto numerosi aspetti. In aggiunta a questo, nei modi di trasmissione della scienza del combattimento in seno ad un Ryu-ha, qualunque sia lo stile, uno degli aspetti fondamentali che lega il maestro al discepolo si manifesta nel rispetto del sapere del maestro. In altre parole, la pratica sotto la tutela di un maestro consiste nel conoscere il percorso, l’andatura di questo, studiarla e approfondirla.

Si tratta di copiare e sviluppare le tecniche e la forma esattamente come lo aveva fatto il maestro, ispirarsi a lui, etc. perché rispettare è amare e amare è seguire…

Non si tratta di imitare il maestro per pavoneggiarsi di fronte agli allievi, per esibirsi o per farsi una reputazione. Per esempio, comprarsi un densho (伝書), documenti di trasmissione di diversi Ryu-ha, senza essere quanto meno capaci di leggerli, studiarli e tanto meno spiegarli con l’unica finalità di avere una collezione e ostentare un sapere, o mentire sul senso e la storia.

Quello è andare contro l’esempio che costituisce il maestro!

Secondo me avendo visto il Soke Hatsumi con la sua collezione, posso dire che conosce ognuno dei densho che possiede. E in più può proporti dettagli sul tipo di scrittura, lo stile, la grammatica, i kanji, fino ad arrivare a definire il carattere dell’autore.

Studiare, dunque, è rispettare il sapere; praticare è sopraelevare profondamente il rispetto per il sapere e quindi per il maestro.

Ciò permette di mantenere una personalità umile di fronte a tutta la conoscenza acccumulata dal maestro e comprendere così che quanto più coltiviamo il nostro sapere, quanto più pratichiamo, più è necessario coltivare l’umiltà…aspetto praticamente assente all’interno della Bujinkan e in molti stili al giorno d’oggi. Questa constatazione, questo promemoria, è, a mio avviso fondamentale poiché ci permette di capire perché lo studio è importante.

Per riprendere la domanda, il termine Budo Taijutsu è stato utilizzato per la prima volta nel libro “Togakure Ryu Ninpo Taijutsu” dove il Soke Hatsumi spiega che l’essenza delle 9 scuole conforma un sapere che lui chiama “Budo Taijutsu”. Possiamo supporre che la scelta del termine è quantomeno prudente, evitando così di dover dare spiegazioni e specificazioni tecniche relative ai Ryu-ha ad un pubblico che non potrebbe capirle senza la trasmissione adeguata, né la pratica precisa oltre alla relazione appropriata con il maestro.

Effettivamente è molto difficile sintetizzare tutte le tecniche, il pensiero e la storia delle scuole in una sola opera. Quel libro è stato utilizzato perfino come base per la redazione del famoso “Tenchijin” che tutti gli istruttori hanno utilizzato come se fosse una specie di “Bibbia” senza conoscere nemmeno le profonde ragioni della sua redazione, né per chi.

Il termine Budo Taijutsu si compone di due parole: “Budo” e “Taijutsu”. Entrambi sono termini generici che enunciano qualcosa di molto ampio di per sé senza definire realmente la profondità né tanto meno la specificità di una pratica, disciplina o Ryu-ha. “Taijutsu” significa “tecnica del corpo”, “tecniche con il corpo” o addirittura “utilizzo del corpo”, etc. Così come con Jujutsu, Kenjutsu, Ninjutsu, etc. ci troviamo davanti ad un termine generico. Infatti possiamo dire che l’Aikido, il Karate, Judo, Boxe, etc. sono taijutsu perché in tutte queste discipline si utilizza il corpo.

Va aggiunto a questo che esistono diversi tipi di taijutsu: rigido, flessibile, leggero, pesante, violento, forzato, morbido, nullo, brutto, bello, ballerino, etc. Pertanto possiamo vedere ciò che vogliamo. Esistono Ryu-ha come il Takagi Yoshin Ryu che utilizzano il termine “Jutaijutsu” per differenziarsi dagli altri stili di Taijutsu più duro, rigido…è anche il caso dell’Asayama Ichiden Ryu Taijutsu.

Il termine “Budo” -così come i termini “Bujutsu” e “Bugei”- è antico, ma non ci sarà fino agli inizi del periodo Meiji, quando sarà utilizzato per legittimare o concedere una certa autenticità alla pratica. In funzione della direzione e del carattere del maestro e del contesto storico-politico sarà utilizzato per privilegiare aspetti come quello educativo, culturale, modernista, spirituale o addirittura nazionalista.

Sarebbe necessario realizzare uno studio etimologico per presentare l’evoluzione del termine, cosa che non si potrebbe fare poiché potrebbe riempire 20 pagine! Inoltre bisognerebbe chiarire un altro punto:

Qual è il significato del termine “Budo” per il Soke Hatsumi?

Perchè tanto la natura, quanto il senso del termine stesso saranno diversi in funzione dell’intensità della pratica e dello studio nel corso di una vita. Lui è l’unico che potrebbe rispondere a questa domanda.

La sua risposta cambierà in funzione dell’ascoltatore, del contesto, del tema di discussione, etc.

Sotto il profilo linguistico “Budo Taijutsu” non ha alcun significato.

In giapponese, un maestro di Bujutsu, un soke di Ryu-ha, nessuno di loro capirà nel modo adeguato poiché si tratta della visione e del pensiero del soke Hatsumi, che emanavano la profonda influenza del Soke Takamatsu.

Perciò tradurre il termine “Budo Taijutsu” in una qualsiasi lingua è già a mio avviso un grande errore.

Nella Bujinkan il senso di questo termine varia, oggigiorno secondo il praticante.

Se ciò che pratica è merda, se ciò che fa non ha alcuna utilità pratica, né logica di combattimento, nessun orientamento o direzione razionale, se pratica qualcosa di violento, duro, morbido, nullo, “magico” o “mistico”, sportivo, etc. o addirittura un unione inguardabile di vari stili, allora quello finisce con l’essere “il suo budo taijutsu”, la sua “visione” del Budo taijutsu, etc. Finchè il suo movimento non sarà simile o sarà in linea con i parametri della forma della pratica del maestro -in questo caso, dei 9 Ryu-ha del Soke Hatsumi- si tratterà di un interpretazione personale, nel bene o nel male.

Da notare, tra l’altro, che il Soke Hatsumi utilizzava quel termine negli anni ‘90 del secolo scorso, durante la prima decade, di quello attuale molto poco e attualmente per niente.

Utilizzava più che altro tutto ciò che è relazionato con il Muto Dori e gli aspetti dell’autocontrollo basati su un profondo autoconoscimento.

Nella Bujinkan si è soliti dire “ognuno ha la propria forma perché tutti siamo differenti”, “ognuno sviluppa il suo taijutsu in funzione del sentimento”.

Ma quando ricevi una “correzione” da parte di un altro praticante di arti marziali, il “sentimento”, la “differenza” e lo “sviluppo personale” sfumano lasciando spazio alla cruda realtà: ma allora cosa si è praticato in tutti questi anni?

Potrei continuare a discutere di più della questione, certamente ma penso che con questo sia già sufficiente.

(Fine prima parte)

 

Autore: El Budoka 2.0, Renan Perpinyà

Traduzione: Mariano Rodriguez

Adattamento: Shidoshi “Louis” Rocco Ventrella

A cura del gruppo di Ninjutsu Padova – Tsukiyo Dojo

 

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